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Con molti gesti apparentemente normali contribuiamo inconsapevolmente all’inquinamento dell’ambiente.Ogni giorno senza accorgercene commettiamo azioni che si ripercuotono sull’ambiente. Se si rispettassero alcune regole quotidiane si avrebbe in 10 anni l’abbattimento del 15% delle emissioni di gas serra.Ecco 10 piccoli gesti quotidiani che possiamo fare per salvaguardare il Pianeta.

  1. Ridurre il consumo di acqua.
  2. Usare meno l’automobile.
  3. Non sprecare energia elettrica.
  4. Ridurre il consumo di carne e pesce.
  5. Fare la raccolta differenziata.
  6. Fare una “spesa intelligente”.
  7. Usare la carta riciclata.
  8. Acquistare mobili di legno certificato.
  9. Ottimizzare il riscaldamento.
  10. Scegliere cosmetici e detersivi biologici.

Nella sintesi che accompagna il V Rapporto di Valutazione del 2014, gli scienziati dell’IPCC sono molto chiari: la terra e gli oceani si stanno riscaldando, i ghiacciai si ritirano, il livello medio del mare si è alzato e gli oceani vanno incontro ad acidificazione. La causa principale è l’aumento dei gas serra nell’atmosfera (anidride carbonica, metano e protossido di azoto), che deriva in gran parte dalle attività umane, come l’uso di combustibili fossili e la produzione industriale collegati all’incremento della popolazione mondiale.

Il riscaldamento in sé incide in maniera negativa sulle coltivazioni, perché l’aumento di temperatura, una volta superato il livello ottimale per una certa coltura, provoca un declino della produttività. La maggiore minaccia per l’agricoltura, però, è la siccità: il riscaldamento e l’alterazione del ciclo delle piogge fanno diminuire l’acqua disponibile, così come le riserve per l’irrigazione e aumentare il rischio di aridità e di degradazione del suolo, con notevole stress per le colture e, nei casi peggiori, impossibilità di coltivare fenomeni meteorologici estremi, come alluvioni e inondazioni, che possono causare l’intrusione di acqua salata nelle aree coltivate, a cui sono ovviamente più esposte le zone costiere.

Un altro effetto da considerare è la maggiore esposizione delle piante a malattie e parassiti: alcuni insetti hanno già cominciato a spostarsi dai Paesi caldi verso nord, provocando danni all’agricoltura in zone dove non erano finora presenti.

L’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera è inoltre responsabile della riduzione del contenuto nutritivo, in particolare di ferro e zinco, di alcune colture; d’altra parte, produce anche una sorta di fertilizzazione naturale che può far aumentare la produttività agricola. Senza considerare che decenni di agricoltura industriale intensiva, fondata sull’uso di fertilizzanti chimici, hanno impoverito il suolo non tenendo conto dei tempi di ripristino dei cicli biologici, con effetti negativi sulla produttività.

Numerosi studi scientifici dimostrano che nel corso del Ventesimo secolo i terreni coltivati hanno subìto una perdita di materia organica dal 30 al 75%15, il che significa suoli meno fertili e più esposti alle variazioni climatiche.

La Politica agricola comune sostiene gli agricoltori attraverso due importanti strumenti, detti “pilastri” della PAC, che sono i pagamenti diretti e i Programmi di sviluppo rurale (nazionali o regionali). Con l’ultima riforma della PAC per il periodo 2014-2020, sono stati previsti per la prima volta fondi specifici destinati ai “pagamenti diretti verdi” (greening), cioè agli agricoltori che mettono in atto tre pratiche benefiche per il clima e per l’ambiente: la diversificazione delle colture, il mantenimento dei prati permanenti e la conservazione di aree di interesse ecologico.

A livello concreto, i sistemi agroecologici utilizzano i processi naturali, come la fertilità del terreno e il controllo biologico dei parassiti, per migliorare l’efficienza della produzione, mentre riducono l’uso di input esterni, come i prodotti chimici di sintesi, e quindi gli impatti sull’ambiente, come le emissioni di gas serra.

«A causa dell’impatto dei cambiamenti climatici, i parassiti delle piante che devastano colture economicamente importanti stanno diventando più distruttivi e rappresentano una minaccia crescente per la sicurezza alimentare e l’ambiente». E’ quanto emerge  dal rapporto “Scientific Review on the Impact of Climate Change on Plant Pests – A global challenge to prevent and mitigate plant pest risks in agriculture, forestry and ecosystems”  pubblicato da un team internazionale di ricercatori  guidato da Maria Lodovica Gullino dell’università di Torino (Italia) per conto del Secretariat of the International Plant Protection Convention, ospitato dalla Fao

Alcuni parassiti, come la lafigma (Spodoptera frugiperda – fall armyworm) che si nutre di un numero crescente di colture, tra le quali  mais, sorgo, miglio, e i moscerini della frutta tefritidi che danneggiano la frutta e altre colture, si sono già diffusi a causa del clima più caldo. Altri, come le locuste del deserto, il parassita migratorio più distruttivo del mondo, dovrebbero cambiare le loro rotte migratorie e la distribuzione geografica a causa del cambiamento climatico.

Per la Fao  «E’ fondamentale rispondere contemporaneamente alle sfide interconnesse del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e del degrado ambientale. Questo include l’attuazione degli International Plant Protection Convention’s (IPPC) international standards for phytosanitary measures  per prevenire l’introduzione e la diffusione di parassiti nocivi delle piante e per preservare la biodiversità».

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